Nina Virtuoso: copywriter e storyteller

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Il segreto per scrivere, a volte, è non scrivere affatto. Detta così potremmo sconvolgerti, ma leggendo questa intervista scoprirai che è possibile parlare di scrittura senza nominarla.

Si tratta piuttosto di rischiare. Così ti chiediamo di farlo insieme a noi. Vola via da dove ti trovi adesso e affacciati sulle ali che si dibattono nella tormenta dei “se”. Salta! Tieniti in bilico su quella corda sottile e tesa che unisce l’anima alla mente. Diventa equilibrista tanto quanto noi!

E se cadessi? Se finissi a testa giù dall’altro capo del mondo senza riuscire a riconoscerti più? Se fra le dita sentissi scivolare via la persona che credevi di essere?

Questo è il rischio che corre ogni giorno chi scrive. Forse non è così diverso da come puoi sentirti tu adesso che stai per piombare a piedi uniti in questa intervista. Dove non troverai le risposte che tanto cercavi, ma, strano a dirsi, abbraccerai domande diverse che ti torneranno ancora più utili.

E se cadessi?
No. Se imparassi invece a planare?

Quale sarebbe la cosa peggiore che potrebbe succederti?
A dirla come (la) Nina, nel peggiore dei casi ti accadrebbe la vita, avresti a che fare con la tua “Teoria del Violino”, offriresti il tuo io viscerale alla mercé di albe, tramonti e aneddoti.

Vivere costantemente a un passo dal tuo più bel racconto è affascinante. Lasciamo che ce lo racconti lei, la nostra Nina.

1. In due parole: chi sei? Dove ti trovi attualmente e in cosa consiste la tua attività?

È buffo, sai? Presentarsi dovrebbe essere cosa semplice. Eppure, da quando ho intrapreso questo nuovo stile di vita, domande come chi sei, dove vivi e cosa fai mi mandano sempre in crisi.

Vedi, anche ora. È passato circa un mese da quando ho iniziato a rispondere a questa intervista. Nel mezzo, mi è successo di tutto. Mi è successa la Vita. Oggi rileggo le risposte e sento che non mi rappresentano più perché, per l’ennesima volta nella mia vita, è di nuovo tutto cambiato. Io stessa sono cambiata.

Eccomi, insomma. Un frullato di insicurezze e testardaggine, emotività ed entusiasmo, in cammino costante verso la versione più autentica di me. Riempio questa strada di racconti, per passione e – fortuna mia – anche per lavoro. Mi occupo di copywriting e storytelling, e soprattutto sono una persona assetata di vita e conoscenza. E oggi ti scrivo da Creta, dove ho trascorso gli ultimi nove mesi.

Ah, dimenticavo. Ho 39 anni, mi chiamo Nina e ho appena capito che non so presentarmi in due parole.

2. Cosa ti ha spinto a diventare nomade digitale e qual è il percorso che ti ha portato fin qui?

Direi la curiosità e una costante sensazione di incompiuto, i due elementi che mi fanno parlare di me come un perenne work in progress.

Era il 2014, avevo una vita niente male. Un bel lavoro a tempo indeterminato, la prospettiva di una promettente carriera, una casa con vista mare, due gatti, una convivenza. Ma avevo anche la crescente sensazione di vestire gli abiti di qualcun altro e dover sempre scendere a pesanti compromessi con me stessa.

Quante cose non sapevo di me e non avevo ancora sperimentato?

Quali potenzialità stavano solo aspettando di essere scoperte?

Quali i miei limiti, paure e convinzioni reali, e quali sarei stata in grado di affrontare e superare?

Come potevo essere sicura di non avere il dono innato, per esempio, di saper suonare il violino, se non ne avevo mai tenuto in mano uno?

Avevo passato una vita intera saltando da un lavoro all’altro e da una situazione all’altra non per scelta, ma per circostanze, e senza mai sentirmi protagonista attiva del mio percorso. La vita accadeva e io non capivo perché, né verso quale direzione stessi andando.

Queste riflessioni furono l’inizio di quella che, qualche mese dopo, avrei soprannominato la “Teoria del Violino”, la motivazione alla base della mia decisione di mollare tutto e partire: mettermi alla prova, fare cose mai fatte prima, scovare i miei talenti, osare un po’, smettere di subire la vita.

Il 30 marzo 2015 partivo. Uno zaino, un biglietto di sola andata per Buenos Aires, un computer e una macchina fotografica. Partivo senza un lavoro e senza grossi piani, con in tasca una piccola liquidazione che mi avrebbe garantito, secondo i miei calcoli, quegli 8-9 mesi di autonomia in cui avrei dovuto reinventarmi.

Da allora tante esperienze, cambi di rotta, fatica… e tanta, tanta vita. E, soprattutto, l’inizio di un percorso che ancora oggi non ho idea di dove mi porterà. So soltanto che indietro no, non si torna più. Ed è una bella sensazione 🙂

3. Qual è stato l’ostacolo maggiore che hai dovuto affrontare e come lo hai superato?

Le difficoltà sono state tante, non so individuare la più grande. Probabilmente, però, il filo comune alla base di tutti i momenti duri è stata la mia insicurezza, che si travestiva di forme sempre diverse e spesso mi ostacolava. Paura di non farcela, di non essere abbastanza “qualsiasi cosa”, di sbagliare, di perdere, di perdermi.

Ho dovuto imparare (ancora sto imparando!) a vivere con il sorriso questa nuova vita che – oltre a non sanare le mie incertezze – mi ha privata di quelle poche certezze (o presunte tali) che un’esistenza già preconfezionata sa dare. Su questa giostra in costante movimento i luoghi, le persone, le emozioni, le abitudini, gli oggetti, tutto si fa estremamente impermanente. Oggi sei qui, domani chissà. Gli amici che oggi abbracci in un caffè di Kathmandu, potresti forse non rivederli più (rima casuale, giuro).

Fino a quando, poi, non ho capito che in realtà la vita è impermanente per sua natura. E lo era anche prima, solo che la travestivo più facilmente. Siamo noi che ci affanniamo a comprimerla in certezze, ruoli, aspettative e progetti… ma la vita, lei è fatta per essere fiume: e io, oggi, sto imparando a nuotare seguendo la corrente.

4. Elenca tre pro e tre contro dell’essere nomade digitale. 

Tutti i pro e i contro che mi vengono in mente si possono sintetizzare in una sola parola: impermanenza, per l’appunto. 🙂

Impermanenza significa dover fare i conti con relazioni fatte di distanze e fusi orari. Ricostruirsi da capo in paesi sempre nuovi, dove tu sei lo straniero e l’integrazione a volte richiede grandi sforzi. Accettare gli imprevisti non come una sconfitta, ma come motore per andare avanti. Significa anche flessibilità, libertà di poter ricominciare, e rispondere con maggiore facilità e solerzia ai bivi e alle curve che la vita spesso ti mette di fronte.

5. Cosa significa per te essere nomade digitale? Qual è il tuo stile di vita, la filosofia esistenziale che ti accompagna nel tuo nomadismo?

Significa essere fiume, fluida e in continua evoluzione. In viaggio ho sperimentato tanto: viaggio ininterrotto e lunghe permanenze, solitudine e co-living, volontariato e Workaway, minimalismo e momenti ricolmi di tanti bagagli e oggetti. Oggi, per esempio, qui a Creta ho con me tutta la mia libreria, perché sentivo il bisogno di sfogliare i miei libri di carta e ridurre l’impiego del digitale.

Sperimentare, questo è il mio stile di vita. E mettere la mia esperienza a disposizione delle persone, perché credo che chi è riuscito a cambiare la propria vita abbia il dovere morale di essere da stimolo per chi ancora vaga tra paure e interrogativi.

6. Parliamo di comfort zone. Se potessi insultarla, maltrattarla o sbeffeggiarla (anche simpaticamente) usando 3 parole per descriverla, quali sarebbero?

L’abbraccerei forte e le direi: “Grazie di esistere!”. Se non ci fosse stata lei a provare a tenermi chiusa nel suo recinto di comfort e certezze per anni, non mi sarebbe mai cresciuta l’irrefrenabile voglia di uscirne 🙂

7. Pensi che l’essere nomade digitale possa avere un’influenza sulla nostra società?

(Vedi risposta 5)

8. Nel futuro ti vedi ancora nomade o pensi che vorrai stabilire il tuo nido da qualche parte?

Non pongo limiti a ciò che sarà: sarò ciò che avrò bisogno di essere, e vivrò di conseguenza 🙂

9. Qual è il consiglio più prezioso che daresti a chi vuole intraprendere la tua strada/professione?

Non accontentarti di saper scrivere bene, o di aver fatto un corso di marketing. Quelli sono potenziali punti di partenza, non di arrivo. Punta all’eccellenza, ché il mondo ha bisogno di qualità.

Fallo prima di tutto per te stesso. Se senti di avere talento e passione, rendi loro omaggio consolidandoli con le giuste tecniche e competenze per farne la tua professione.

E fallo anche per la società, perché il mondo ha bisogno di persone che sappiano comunicare con consapevolezza, etica e rispetto.

10. Minimalismo è di solito una caratteristica che contraddistingue un nomade digitale. Come si fa a chiudere tutta la propria vita in poco spazio e che vantaggi apporta seconda la tua opinione?

Io vedo il minimalismo come uno strumento, non come un obiettivo. Quando ho bisogno di portare semplicità, leggerezza e maggiore focus nella mia vita, prendo ciò che possiedo e lo regalo. Ma quando sento l’esigenza di un bagaglio in più, ascolto quel bisogno e lo lascio fare: spesso ha cose molto interessanti da dire 🙂

11. Hai un aneddoto da raccontarci, magari una piccola disavventura che ti è capitata in viaggio e che successivamente si è dimostrata una grande lezione?

Tutta la mia vita è un aneddoto, e tutto è lezione di vita, perché io ho scelto che fosse così. Dalle piccole peripezie di viaggio ai momenti bui di grande sofferenza, dagli errori ai vicoli ciechi, ogni situazione è stata preziosa perché mi ha portata qui, dove sono ora. E se oggi riesco ancora a sorridere ogni giorno, significa che andava bene così 🙂

12. Tre città/luoghi che un nomade digitale dovrebbe vedere almeno una volta nella vita e perché.

Sono sempre stata molto restia verso questo tipo di consigli. Non credo, infatti, che esistano luoghi adatti per categorie di persone, nomadi digitali o altro. Siamo noi che li rendiamo tali. Io personalmente ho trovato stimolante il Nepal e la Grecia.

Il Nepal mi ha resa più forte, mi ha temprata: vivere (e lavorare) in una nazione distrutta dal terremoto, con i beni di prima necessità ridotti all’osso e tanto dolore tutto attorno mi ha cambiata in un modo che, ancora oggi, fatico a raccontare. Ed è lì che ho iniziato a muovere i miei primi passi: in quel momento non avevo bisogno né dei coworking di Chiang Mai né della digital community di Bali. Dovevo prima riscoprire il mio amore per la comunicazione e per l’umanità, e mettere alla prova la mia tenacia e forza di volontà.

E poi, in piena pandemia, è arrivata la Grecia, con la sua semplicità, accoglienza e ottimismo. Mi ha fatto capire l’importanza di immergersi nella cultura del posto, le sue tradizioni e l’umanità travolgente che scorre tra i vicoli. Anche qui, come in Nepal, mi sono ritrovata ad aver conosciuto più gente del posto che nomadi digitali (anche per via del lockdown), e devo dire che non mi è dispiaciuto affatto.

Possono bastare due? 🙂

13. Una canzone che hai raccolto (o che ti ha accompagnato) durante un viaggio

Ero in Nepal a fare volontariato. Fu lì che conobbi Chiara, una volontaria di Reggio Emilia. Fu subito amore tra anime. Un giorno mi guardò e disse: “Ho visto Nina volare!”. Confesso, non conoscevo quella canzone di De Andrè, così andai a cercarla su YouTube e trovai un video in cui una ragazza dava anche un’interpretazione del testo (https://www.youtube.com/watch?v=4Q_P3lGxAGY). E niente, magia.

14. Se la tua vita fosse un messaggio che dai al mondo, che messaggio sarebbe?

Lascia respirare i tuoi dubbi. Da’ loro spazio, e ascolto. Là dove le certezze chiudono, il dubbio apre. Ed è lì che si nasconde il seme del cambiamento.

15. Sei felice?

Sì. Come un’alba, o un tramonto, che ancora tarda a finire.

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Un ringraziamento a Dorotea Cerra per il suo ottimo lavoro di revisione del testo. Per saperne di più, contattala tramite il suo sito IndieScribing.it.

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