Chi è, e cosa fa, un coach?

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Una delle professioni più in voga tra i nomadi digitali è anche una tra quelle ancora meno comprese da molte persone che non vi hanno familiarità. In questo articolo, realizzato grazie ai membri della community NDI, scopriamo di più chi è e che cosa fa un coach.

Fino a qualche anno fa, non avrei mai usato il termine coach nel mio linguaggio quotidiano. Lo sentivo utilizzare nei film americani, dove anche in fase di doppiaggio ci si riferiva all’allenatore di una squadra sportiva con quel termine. Ma si sa, nei film non parlano come nella vita reale, e per me quella parola inglese stava bene dove stava: nello spazio della finzione cinematografica. Io, da piccolo, il mio allenatore lo chiamavo tutt’al più maestro.

Eppure da qualche anno questo termine lo vedo ricorrere sempre di più tra le mie conversazioni online. E non è un caso se ho cominciato a notarlo maggiormente con il mio ingresso nella community NDI. Il coaching è una delle specializzazioni più in voga tra i membri del gruppo, e in generale nella comunità internazionale dei nomadi digitali.
Il perché è facile da capire: trattandosi di una professione basata principalmente sul dialogo e sull’ascolto, si può svolgere tranquillamente attraverso l’utilizzo dei mezzi di comunicazione in remoto. Per dirla in soldoni: Zoom.

Comprendere questa professione, però, per me non è stato così semplice e immediato. Soprattutto perché la prima volta che ho letto questo termine, è stato nella sua versione integrale più famosa: life coach. Letteralmente… allenatore di vita? La terminologia mi ha lasciato perplesso, e mi ha fatto sorgere una serie di domande.

Cosa fa un life coach? Qual è il fine ultimo della sua professione? Ti insegna a vivere? E che tipo di rapporto si instaura tra il coach e il suo cliente (definito coachee, ma a noi di NDI.life piace italianizzare in “coachato”… o per lo meno a me, prendetevela con me nel caso).

Ma magari fosse stato così semplice. Perché a un certo punto il termine life coach è sembrato diventare troppo generico, e ho cominciato a vedere il coaching declinato in un’innumerevole varietà di abbinamenti. Tutti, naturalmente, di stampo anglofono: transformational coach, escape coach, travel coach, meditation coach e tanti altri.

Per non parlare delle espressioni utilizzate in ambito professionale, che mi hanno generato un’ulteriore confusione: business coach, career coach e tutta una serie di sottonicchie. In certi casi, ho avuto anche l’impressione che la parola venisse utilizzato in maniera impropria, o si perdesse in qualche sfumatura di significato.

Ed è per questo che, dopo tanti di dubbi e incertezze, e di fronte all’aumento esponenziale dei membri della community NDI che si definiscono coach, ho preso una decisione: risolvere la questione una volta e per tutte, con un articolo per il nostro bellissimo sito.

Articolo che non potevo certo scrivere io, visto che di coaching non ne so niente. E allora ho deciso di chiamare in causa i diretti interessati: coach e coachati, per descrivere gli uni la loro professione, e gli altri la loro esperienza con i primi. E, naturalmente, l’ho fatto con un post nel nostro gruppo.

Ho ricevuto diverse risposte interessanti, che hanno contribuito a colmare le lacune dovute alla mia ignoranza. E le ho inserite qui, con il permesso degli autori, all’interno di una struttura che possa dare qualche risposta alle domande più pertinenti per spiegare questa mitologica, ma affascinante figura.

Il percorso di un coach… Non prendetela sul serio, è un’immagine per ridere 🙂

Come spiegheresti a tua nonna cosa fa un coach?

Silvia Amato, travel coach: “Il coach integrativo è un ‘allenatore’ che aiuta le persone ad allineare i proprio valori e credenze per poter raggiungere le loro mete. È come se accompagnasse la persona nel suo viaggio di crescita personale: attraverso l’arte del porre domande e alcune tecniche come la meditazione, aiuta la persona a scavare in profondità per far emergere in superficie la sua identità. Il coach aiuta il coachee ad affrontare i propri demoni, le paure, e i lati oscuri della personalità ma anche a riscoprire il proprio tesoro interiore. Il coach non prende in considerazione il passato del cliente ma si basa sulle necessità presenti per migliorare il suo presente e futuro.

Enzo Giovinazzo, life e business coach: “Alla nonna mi definirei così: sai nonna, tutti dentro di noi abbiamo delle risorse speciali, dei tesori che ci sono stati dati per affrontare al meglio le situazioni difficili e superare gli ostacoli della vita, ecco il mio compito è aiutare le persone a tirare fuori i propri tesori per ottenere ciò che vogliono realizzare nella vita, per raggiungere i propri obiettivi. Io sono un coach in psicosintesi combinata al life design. Vale a dire ho una visione dell’essere umano bio-psico-spirituale, e aiuto le persone nel ridisegnare la propria vita o fare dei cambiamenti importanti, sempre in ottica sistemica (cioè tenendo conto di tutti gli aspetti della vita). Un coach non è un semplice allenatore, ma nel suo percorso ti rende responsabile e autonomo per potercela fare rapidamente con le tue gambe, fidandoti delle tue capacità ed abilità”.

Dalila Mulazzani, life strategist & coach: “C’è una frase in inglese che mi ha sempre fatto pensare molto al mio lavoro: ‘you can’t be what you can’t see’. Ecco per me il coach fa prima di tutto questo. Ti aiuta a vedere ciò che puoi essere, riconosce in te tutto il potenziale che stai nascondendo, ti fa domande che non ti saresti mai posto, ti offre nuovi punti di vista, ti sfida ad uscire dalla tua zona di comfort, ti aiuta a trovare strade dove prima vedevi solo limiti. Ti stima, crede nella tua evoluzione e ti accompagna nel tuo percorso senza mai sostituirsi a te. È un nuovo sguardo, è un nuovo respiro, un po’ ti rompe e un po’ ti accomoda, un po’ lo odi e un po’ lo ringrazi. A mia nonna probabilmente le direi che lei è stata la mia prima coach perché ha sempre creduto in me e mi ha accompagnato in modo autorevole (mai autoritario) e soprattutto… è sempre stata un grande esempio”.

Lucia Pettenò, personal coach: “Mi piace pensare al coach come ad un accompagnatore che affianca il suo cliente in un cammino da un punto A a un punto B. Mente il coach lo fa, è vigile nel promuovere la consapevolezza del coachee e la responsabilità delle sue scelte: il coach accompagna, ma è il cliente che fa la strada, che sceglie la direzione. Aspetti, questi, che oltretutto portano ad aumentare il senso di autoefficacia.
Ma la consapevolezza non si limita qui. Durante il percorso, per il coachee avviene una profonda e chiara conoscenza di sé: dei costrutti essenziali che fondano la sua persona e che lo spingono all’azione, dei vincoli che solitamente limitano il suo agire, delle condizioni che gli permettono di ampliare il suo raggio d’azione. Questi sono preziosi strumenti: un bagaglio che ogni coachee si porta via e che gli potrà servire in molte situazioni di vita”.

Gisella Casolaro, career success coach: “Come spiegherei cosa faccio a mia nonna? Nonna, guido le persone a realizzare i propri obiettivi professionali in maniera semplice e rapida, perché da soli ci metterebbero anni a capire come ottenerli e magari si bloccherebbero a metà strada”.

Questa metafora è adeguata? Il coach ti aiuta in un percorso di crescita?

Ma il coach è tipo uno psicologo? Oppure un consulente?

A uno sguardo supeficiale è facile confondersi, e pensare che una persona che ti ascolta e ti aiuta a trovare una tua strada abbia molte affinità con la figura di uno psicologo. Allo stesso tempo, nel momento in cui molti applicano le pratiche di coaching nel mondo del lavoro, lo sguardo va subito verso la figura del consulente.

Ma non è così. E la differenza è molto più facile da comprendere con questi esempi.

Enzo Giovinazzo: “Proviamo a guardare alla differenza tra coach e consulente con un’immagine: quella della spirale. Il lavoro che si fa in coaching è sempre finalizzato al raggiungimento di un obiettivo e il cliente è in una spirale ascendente, ha una tensione verso la realizzazione di qualcosa. Nel counseling, invece, il cliente a volte ha bisogno di presenza, ascolto e non è detto che abbia un obiettivo da raggiungere. Il più delle volte ha una situazione problematica da risolvere da cui non riesce ad uscire da solo. In questo caso è come se fosse in una spirale discendente, e il compito del counselor è arrestare questa discesa.
La differenza con uno psicologo o psicoterapeuta, invece, è molto più chiara e diretta: un coach non esplora contenuti del passato, non tratta patologie, non fa diagnosi.

Manuela Bortoluzzi: “Come psicologa del lavoro e consulente di carriera conosco le tecniche di coaching perché, tendenzialmente, fanno parte del mio bagaglio professionale. Non mi definisco una coach, ma ho lavorato da ambedue le parti della scrivania con coach, consulenti e counselor. Il coaching ha come scopo la facilitazione del raggiungimento di un obiettivo (per esempio, ottenere una promozione, dimagrire, diventare più produttivo) ed è orientato al piano dell’azione, ovvero si rivolge a persone che non hanno blocchi, insicurezze o conflitti particolari da superare (cosa che implicherebbe un lavoro sul piano emotivo, tipico per l’appunto di uno psicologo). Il coaching funziona bene quando la persona non ha resistenze al cambiamento, ma ha bisogno di strutturare bene l’obiettivo e i passi per raggiungerlo. Io utilizzo tecniche di coaching una volta identificato il tipo di lavoro che la persona vuole fare. Prima di intervenire come consulente (che vuol dire esperta del mercato) e quindi dare pareri, voglio che la persona provi a tracciare la strada da sola e allora, attraverso l’uso di domande specifiche, la accompagno a costruire la propria strada. Poi mi inserisco dove vedo che ha più bisogno di una guida”.

Luca Pescatore: “Il coach non è né un mentore, né un consulente. Non dà consigli, ma lavora con il cliente per aiutarlo a sbloccarsi in modo autonomo. Crea una relazione complementare e asimmetrica. Non insegna niente, ma lavora assieme al coachee con l’ascolto attivo”.

Lucia Pettenò: “Diversamente da altre pratiche, il coaching, essendo un percorso strutturato e finalizzato alla realizzazione di uno scopo, permette di vedere dei risultati concreti, di misurare i progressi. La psicoterapia e il counseling, generalmente, non prevedono di fissare chiaramente un obiettivo e soprattutto di definirlo nei tempi e nei modi, aspetto che nel coaching invece è centrale. La responsabilità del coach sta anche nel badare a che un obiettivo sia correttamente formulato. Il coachee può misurare i risultati dal momento in cui vede che sta realizzando il suo proposito e lo sta facendo alle condizioni che si era prefissato”.

Come si diventa coach?

Qui la situazione si fa un po’ complessa. A quanto pare non esiste una normativa che certifichi la professione di coach, e questo permetterebbe in teoria a chiunque di poter intraprendere la professione senza essere tacciato di esercizio abusivo, auto-istruendosi o addirittura senza alcuna formazione.

In realtà però molti preferiscono non muoversi in questa zona grigia, e ottenere comunque una sorta di certificazione. Se non esiste un’iscrizione a un albo o un titolo di studio paritario, vi sono comunque delle associazioni di categoria che da molto tempo creano un’offerta formativa e impongono degli standard sul mercato.

In Italia queste associazioni sono costituite grazie alla legge 4/2013 sulle professioni non regolamentate, e sono principalmente quattro:

  • A. Co. I.: Associazione Coaching Italia
  • AICP: Associazione Italiana Coaching Professionisti
  • Assocoaching: Associazione Professionale Nazionale del Coaching
  • ICF Italia: chapter italiano della International Coaching Federation (leggi più sotto)

A queste si accreditano le scuole di coaching italiane che propongono i loro corsi di formazione sulla base dei requisiti, i criteri e i protocolli impostati dalla propria associazione di riferimento.

La durata e la modalità dei corsi di formazione, quindi, non è sempre la stessa, ma cambia a seconda dell’associazione a cui è legata la scuola. Può essere di un anno come di una settimana intensiva. Tutte però sembrano vertere su un misto di teoria e pratica, con dei laboratori e una sorta di tirocinio pre-esame. Il tirocinio viene svolto dal coach autonomamente, proponendo la propria attività in maniera volontaria e gratuita con dei mini-percorsi da effettuare con più persone, per accumulare il monte ore necessario al conseguimento della certificazione.

Esiste poi una federazione internazionale di coaching, la ICF, che è riconosciuta come l’autorità globale sul campo, essendo presente da 25 anni sul mercato con 31.000 membri in 141 nazioni. Chi decide di certificarsi con una scuola accreditata all’ICF a quanto pare sceglie un percorso molto lungo e dagli standard rigorosi, con un codice etico ben definito. Si tratta naturalmente di un’autorevolezza acquisita e percepita, dal momento che, appunto, non ci sono leggi che normano questi istituti, ma sono auto-regolamentati.

Un altro organismo globale con le stesse finalità è l’EMCC, l’European Mentoring and Coaching Council. Fondato nel 2002 (ma in realtà originato da una precedente organizzazione creata nel 1992) è oggi presente in 85 paesi con oltre 10.000 membri. Anche l’EMCC si occupa di stabilire linee guida per lo sviluppo della disciplina a beneficio della società, con un accento marcato sui valori di inclusività, diversità culturale e responsabilità sociale.

Il criterio per riconoscere un professionista serio da un coach improvvisato dovrebbe quindi essere innanzitutto il riconoscimento ottenuto da una scuola accreditata da una di queste associazioni. Oltre all’esperienza accumulata sul campo e le testimonianze dei coachati (ottenute anche in fase di tirocinio).

(Grazie a Elisa Bini, Luca Pescatore, Marko Cottardello, Lucia Pettenò per le informazioni relative alla formazione).

Conclusione

La figura del coach rimane ancora un po’ misteriosa e oscura per me ma, credo, non più di quanto possa esserla appunto quella di uno psicologo per molti. Ricordando di nuovo che si tratta di due professioni totalmente differenti, allo stesso modo però molti non hanno piena consapevolezza di come si svolga il loro lavoro se non usufruiscono di questi servizi. Da un punto di vista più generico, le risposte dei membri della community mi hanno sicuramente aiutato a fare più chiarezza.

Come sempre, questo non vuole essere un articolo esaustivo che rappresenti tutte le sfaccettature dell’argomento, quanto l’esempio del contributo che possono portare gli altri nomadi digitali italiani ai contenuti del nostro sito. Se ti va di aiutarci ad arricchirlo ulteriormente, puoi lasciare un commento qui sotto, o contattarci direttamente.

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