Coliving Bansko 2021: il calore del nostro cuore, la forza del nostro braccio

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Un altro coliving è finito.

Chi parte lo fa con il cuore di chi deve, chi resta rimane come con un'emorragia che non si riesce a fermare.

Ci dividiamo tutti tra chi conta i giorni che mancano al prossimo coliving e chi conta il numero degli addii che ci toccherà ancora sopportare.

...

Ma perché iniziare con questa intro “drammatica” e un po’ sopra le righe?

Perché la cosa più importante che ho da dirti riguardo a questa estate a Bansko è che, anche con tutti i problemi che abbiamo avuto (sì, abbiamo avuto problemi)…

ABBIAMO CREATO DEI LEGAMI!

Siamo venuti a “trasformare i mi piace in strette di mano”.
Siamo venuti a cercare connessioni, a fare networking
E invece abbiamo creato dei legami.
E quando i legami – almeno quelli fisici – si devono sciogliere… 

Beh, fa male!
Anche ai nomadi digitali!

Francesco Trocchia nel coworking del coliving Isabella

Ma in fondo questa è un’intro che indulge all’esigenza markettara di fare un articolo un po’ pop, un po’ per tutti.

E se ascoltassi invece un’istanza più punk, maverick e “rivoluzionaria”?

Magari allora dovrei pensare prima di tutto al mio interlocutore ideale, ovvero al mio “coliver”* ideale…

* userò nel resto dell’articolo questo neologismo che sembra essere inesistente per identificare ovviamente il partecipante ai nostri coliving.

Chi è dunque il mio interlocutore/coliver ideale?

Te lo presenterò alla fine dell’articolo perché adesso dobbiamo per forza affrontare il rapporto “tecnico” su come sono andati i 2 coliving di Bansko 2021…

Una delle innumerevoli cene di questa estate Banskiana

Antefatto

Sull’onda di un trend iniziato dalla nostra community in una delle più belle isole Canarie, Gianni Bianchini, di stanza da diversi mesi a Bansko (Bulgaria), si è praticamente fatto in 4 per organizzare a partire da fine Giugno 2021:

  1. Un meetuppino NDI da realizzare subito dopo l’internazionale Nomad Fest;
  2. Un coliving NDI (di un mese) per i partecipanti del Meetuppino (e/o) del Nomad Fest.

Emerge presto in fase di progettazione un’alternativa a più location così caratterizzate:

  • Chalet Isabella: una bella villa a 3 piani (più seminterrato) con 7 stanze, spazioso salotto, grande sala da pranzo (leggi “coworking”), ampio e funzionale giardino con tanto di hot tub.
  • Chalet Snowflake: una sistemazione suddivisa in due edifici, uno più grande con 8 stanze e uno più piccolo con 4 stanze. Diverse aree comuni, giardino, hot tub e sauna.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto
Al Coliving Isabella
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e attività all'aperto
Coworking nel giardino dello Snowflake

Sulla base dell’esperienza e della riflessione maturata in seguito al nostro primo coliving di Novembre 2020 di Lanzarote abbiamo deciso di dividere le due squadre sulla base delle “intenzioni”:

  • Chi veniva dando la priorità al lavoro e all’esperienza di coworking -> Li abbiamo chiamati “i coworkers” o (simpaticamente) “gli stacanovisti”… e li abbiamo mandati allo Chalet Isabella.
  • Chi veniva con l’idea di lavorare magari part-time ma anche di godersi l’avventura con gli altri o la location -> Li abbiamo chiamati “quelli in workation” o (simpaticamente) “i lavativi”… e li abbiamo mandati allo Snowflake.
Escursione tra le montagne di Bansko

A gravitare attorno a questi due gruppi anche altri avventurieri:

Per concludere: questa piccola cittadina nelle montagne della Bulgaria si è vista arrivare all’improvviso almeno una 40-50ina di italiani (per fare le dovute proporzioni, i partecipanti paganti dell’internazionale Nomad Fest erano 350).

Potrebbe essere un'immagine raffigurante spazio al chiuso
A pirate in a hot tub” Jacopo in un momento di relax al Coliving Snowflake

L’insostenibile leggerezza del coliving

Il nostro mese di convivenza è iniziato subito con l’anniversario dell’Altspace, uno dei coworking di Bansko (una grande festa ricca di cibo e bevande che per molti si è protratta oltre le 3 del mattino).

È continuato poi con la settimana del Nomad Fest, con le sue conferenze, le sue attività e i suoi party (“pool party”, “bonfire party” e “aiutami-ad-articolare-altri-aggettivi party”).

Bonfire party con quei ragazzacci internazionali del Nomad Fest

Finito il Nomad Fest abbiamo affrontato la nostra epica 2-giorni di Meetuppino NDI…

Filippo Malvezzi al nostro meetuppino NDI

E come se non bastasse ci si è pure messa una nazionale che non smetteva di vincere e qualificarsi per le finali degli Europei e di dare (anche a chi non è avvezzo a celebrare eventi sportivi e tanto meno calcistici) l’occasione di far baldoria tutti assieme.

Per farla breve: ci siamo divertiti, abbiamo alzati innumerevoli calici di vino, birra e rakia e anche per i più duri e puri di noi, il lavoro è passato un po’ in secondo piano.

E in fondo lo sapevamo!

Brindisi per la vittoria

E io che faccio della “sostenibilità” del coliving nomade digitale la mia missione – i miei coliver lo sanno e ci si scherza sopra – ho da mettermi un po’ il cuore in pace: 

  • una tribù, una community, si forma anche così, condividendo momenti di leggerezza, di gioia e di entusiasmo, non solo di lavoro e di fatica (e ci mancherebbe).

Il coliving “sostenibile” ci sarà: i coliver condivideranno esperienze di vita e lavoro insieme adottando uno stile di vita equilibrato tra lavoro, passioni, esplorazioni, divertimento, dieta salutare e “missione nella vita”. A lungo termine*!

* A “lungo termine” lo stile di vita “nomade-digitale nel coliving” ma all’atto pratico i coliving e i coliver potranno essere itineranti: i coliving potranno comparire in diversi punti del pianeta e i coliver potranno spostarsi da un coliving a un altro.

Ma per arrivarci forse bisognerà passare per esperienze che prima creino un legame tra noi, che ci facciano prendere le misure gli uni degli altri, che creino uno spirito di squadra, che ci facciano venire voglia di continuare: esperienze come quelle di Bansko 2021!

Giuseppe D’Angelo con uno dei cani del canile di Bansko

Un coliving Premium?

Molti, nelle nostre chiacchierate serali, hanno riflettuto sul fatto che forse un mese è troppo poco: neanche il tempo di conoscerci e di organizzare le faccende di casa che tocca dirci addio.

Eppure quanti, senza sapere chi sono i propri coinquilini, avrebbero preso la decisione di convivere con dei semi-sconosciuti per più di un mese?

Stefania Marcas durante un’escursione tra le montagne di Bansko

Ecco che nel fertile terreno formatosi da questa piccola armata di nomadi digitali italiani a Bansko si partorisce l’idea di un “coliving Premium”:

  • solo per persone con cui abbiamo già creato dei legami, 
  • solo per persone che magari hanno già partecipato con successo a un precedente coliving NDI,
  • solo per persone che si identificano in un determinato “stile di coliving” piuttosto che un altro.

Perché al di là della capacità del singolo nomade digitale di essere capace o meno di vivere con altri nomadi digitali… più “verticale” (o compatibile) sarà lo stile di ciascun coliver e meglio sarà (in modo che si possa fare delle squadre il più in sintonia possibile):

  • “stacanovisti” o “lavativi;
  • vegetariani o feroci appassionati di grigliate;
  • fitness-conscious o goliardici edonisti;
  • yogini e praticanti di una qualche disciplina fisica o pigri pensatori e ferventi filosofi.
Angelo Bianchi con Cleo (vedi il canale Instagram Dog Cleo)

Ribadiamolo: più verticale (o compatibile) sarà lo stile di vita dei partecipanti del coliving e meglio sarà.  

Ma per adesso, prima di esibirci nella moltiplicazione dei coliving, si dovrà ancora fare un po’ di esperienza per capire…

Cosa funziona e cosa non funziona in un coliving

Il diavolo è nei dettagli e l’inaspettato è per definizione imprevedibile.

Allo Chalet Isabella in fondo è andato tutto bene:

  • eravamo in meno (max 8 persone), 
  • gli spazi di lavoro erano sufficientementi separati dalla cucina e dagli spazi di “relax”, 
  • avevamo scelto, tra le due squadre, quella che più si sarebbe dovuta concentrare sul lavoro 
  • (qualcuno ci ha fatto notare: eravamo anche quelli più vecchi 😀 )

Lo Chalet Snowflake è stato più challenging da questo punto di vista: se dal “lavoro” al “divertimento” il passo è breve – e la strada è a senso unico – dalla “workation” alla “festa continua” la strada è pure in discesa.

Allo Snowflake…

  • erano in tanti (16 persone in 12 stanze), 
  • gli spazi comuni non erano né sufficienti, né ben separati tra zone lavoro e cucina e spazi “relax”, 
  • gli intenti erano diversificati: chi era venuto per lavorare un po’ di più, chi per lavorare un (bel) po’ di meno.

Ma ora, senza dire né dove nè chi, mi limiterò a fare una lista di problematiche che “potrebbero” essere emerse in uno o l’altro (o entrambi) dei due Chalet:

Orari

Una hot tub in giardino o una bella spaghettata alle 3 del mattino… sono tentazioni troppo ghiotte per chiunque arrivi a casa, sufficientemente brillo, in una calda notte d’estate, dopo una catartica serata di un weekend passata a celebrare – dopo tanto tempo e diverse misure restrittive – la vita! 

Purtroppo se il giardino non è ben separato dalle camere di chi dorme… si “potrebbero” creare degli attriti e delle antipatie.

“Basterebbe un po’ di buon senso” qualcuno potrebbe farmi notare.
Ma a me toccherà rispondere che anche chi è più dotato di buon senso non è immune dagli scivoloni dovuti a un inaspettato bicchiere di vino/birra/rakia/jagermeister/etc… di troppo (a cui di solito segue un secondo bicchiere… e un terzo…).

Ci vorranno dunque delle “regole” per evitare questi incidenti la prossima volta?

La risposta è come sempre “dipende”, ma la prossima volta ci staremo di sicuro più attenti! 🙂

Rumore

Certamente collegato a quello degli orari, la questione del rumore può riguardare anche l’aspetto che più caratterizza il coliving tra nomadi digitali: il coworking!

Differenti attrezzature (cuffie ANC), strategie (ascoltare musica nelle sopracitate cuffie) e personali tolleranze al rumore faranno la differenza soggettiva tra:

  • una piacevole esperienza di coworking (dove ci si fa forza a vicenda in un ambiente dove si respira produttività e in cui la concentrazione “si taglia col coltello”) 
  • e una spiacevole e improduttiva esperienza di coworking (dove veniamo disturbati da chi chiacchiera incurante delle esigenze altrui o da chi deve magari fare una lunga call con colleghi e/o clienti).

Anche in questo caso un paio di “regole” – accompagnate da abbondanti dosi di buon senso – potrebbero aiutare.

Spesa

Così come a Lanzarote alcuni di noi hanno usato Splitwise e l’hanno trovata un’applicazione utile per gestire spese condivise, cene e attività in comune.

Non c’è una grande learning curve per essere in grado di sfruttare al meglio le potenzialità di questa app. Solo la disponibilità a scaricarla e usarla in maniera “consenziente”.

Fortemente incoraggiata in tutti i prossimi coliving.

Ospiti (a.k.a: “Questo coliving non è un albergo!”)

Una possibile vulnerabilità è emersa per quanto riguarda la gestione degli ospiti: da quelli “temporanei” che magari venivano per lavorare qualche ora negli spazi comuni a quelli più “permanenti” che magari si sono trovati a occupare un letto ma non erano stati “pianificati” all’inizio dell’esperienza.

Dire di no a un ospite – e soprattutto, essere la persona che dice di no a un ospite – è una cosa decisamente antipatica.

Ma senza un comune accordo su questo aspetto si generano frizioni che serpeggiano tra i coliver, irritazioni che fermentano e reclamano uno sbocco.
Non c’è stato tempo per esplosioni di questo tipo, perché in fondo il coliving è durato solo un mese.

Ma cosa sarebbe successo in caso di una convivenza più prolungata?

Non riesco a pensare a un’altra soluzione se non quella di decidere e concordare a priori quale sarà la policy a riguardo degli ospiti.
Sottolineo: nessuna delle due opzioni (permettere o non permettere) è sbagliata. È solo questione di mettersi d’accordo (prima).

Rispetto per la proprietà (che ci ospita)

Non è mai successo niente di grave (danni), ma un paio di volte ci siamo andati forse vicini. La principale cosa da capire è questa: gli organizzatori dei coliving non sono solo quelli che ci mettono la faccia… ci mettono pure delle carte di credito e dei recapiti rintracciabili.
I partecipanti ai coliving… no. Finora sono stati totalmente “deresponsabilizzati” dal dovere “legale” di conservare l’immobile e le proprietà al loro interno.

Non ce n’era bisogno, dopotutto siamo tutti adulti e sappiamo comportarci bene, no?

Forse. 

A seconda della natura, della maturità e delle sensibilità individuali, alcuni di noi potrebbero sentirsi sufficientemente e inconsciamente deresponsabilizzati nel loro rapporto con la proprietà, da adottare comportamenti “meno responsabili”, just for fun, solo per divertimento.
Tanto il responsabile è l’organizzatore!

Ovvio che questa cosa non deve succedere, non solo in termini morali, ma proprio se vogliamo che ci siano in futuro altre persone che si prendano l’impegno di organizzare un coliving NDI!

Una soluzione ovvia, antipatica, ma presumibilmente efficace: chiedere una caparra a tutti i partecipanti.

Tra le montagne di Bansko
Prima di venire caricati nel van di Federico Maccagni (a sinistra)

Perché fare coliving NDI

E ora che ti ho detto i problemi che “potrebbero” essere emersi e che ti ho dato dei suggerimenti su come fare e non fare un coliving, lascia che ti dica “perché” continuare a fare coliving all’interno del gruppo dei nomadi digitali italiani.

Oltre alle cose ovvie (ci si diverte, si fa networking, si viaggia in gruppo e si visitano posti nuovi e si condividono avventure con le migliori menti del panorama web italiano 😀 ) ecco quello che mi sento di dirti…

Come “nomadi digitali” abbiamo tutti dovuto superare delle “prove”: siamo andati contro il pensiero “conforme” e “uniforme” che si respirava nel nostro ambiente e abbiamo avuto il coraggio di mollare il noto per abbracciare l’ignoto.

Per qualcuno queste prove sono state più facili, per altri più difficili.

Ma sono tutte prove che ci hanno reso tutti più autonomi, indipendenti, forti, esperti, forse saggi.

Ecco una bella frasetta motivational che casca bene:

We must face our fears of exile in order to access the wisdom of the healer/teacher/sage/witch that lives on the outskirts of the village.


Traduzione mia:
“Dobbiamo affrontare le nostre paure dell’esilio per accedere alla saggezza del guaritore/insegnante/saggio/strega che vive alla periferia del villaggio”.


Siamo capacissimi di stare da soli. No problem… at all!

“Cosa ti aspettavi da questa esperienza?”

Arianna PellegriniArianna Pellegrini(coliving Isabella)

Di indole indipendente, viaggio felicemente da sola da 20 anni. Mi sono iscritta al coliving perché quest’anno avevo il desiderio di conoscere gente con uno stile di vita simile al mio, ma temevo che avrei finito per bramare i miei spazi e i miei silenzi. Non è andata così, anzi. Finito il coliving m’è venuto naturale cercare la compagnia delle persone rimaste a Bansko. Le persone che ho conosciuto sono così stimolanti, divertenti, sensibili che ogni minuto trascorso insieme è stata pura gioia.

Ma questa radicale autonomia suggerisce anche che nel momento in cui decidiamo di unirci – non per bisogno di appartenere a un gruppo, ma perché aspiriamo a qualcosa che ci trascende – abbiamo la possibilità di creare una forza molto più grande della somma delle singole parti.

Una squadra dalle potenzialità imprevedibili, un’intelligenza collettiva capace di fare veramente la differenza nella vita nostra e di quella delle altre persone.

Una community in cui stare bene, anche umanamente.

“Com’è stata la tua esperienza di coliving?”

Francesco FerrariFrancesco Ferrari(coliving Snowflake)

Il coliving a Bansko è stato per me un importante momento di ripartenza “post-covid” e di riflessione per il futuro. Ottima scelta per la località e la struttura, ma il reale valore sono state le stimolanti persone presenti: tutti accomunati da un percorso e da una visione della vita “non standard”, con cui parlare a lungo di argomenti mai banali e creare amicizie che dureranno nel tempo.

Per ribadire il concetto permettimi di mostrarti un suo contrario.

Che tu abbia fatto o meno il salto in direzione di uno stile di vita nomade digitale, potresti comunque ritrovarti in una di queste sottili situazioni:

  1. Sei l’unico o l’unica nel tuo gruppo di pari che nutre certe aspirazioni, certi interessi, certi sogni. Non puoi parlare di queste cose con la tua famiglia o con i tuoi amici di sempre, perché anche “col bene che vuoi loro”, non ti capirebbero. 
  2. Hai trovato un gruppo di pari con cui condividere ambizioni e passioni… ma dinamiche sottili all’interno di questo gruppo ti fanno ancora sentire poco a tuo agio. Potrebbe essere che ti sia circondato di persone che fanno a gara per fare gli splendidi gli uni nei confronti degli altri.

Val la pena approfondire la seconda ipotesi, perché la potresti respirare nell’illusoria “avanguardia” di un gruppo di expat e nomadi digitali: persone che comunque hanno il merito di aver fatto un “salto” importante, tuttavia si sono portati dietro i vecchi paradigmi della loro vita di sempre: mi riferisco al paradigma “competitivo”.

Ecco che quindi in compagnia di queste persone ti potresti sentire sempre un po’ “teso”, come se dovessi essere costretto a dover dimostrare sempre qualcosa (il fatturato? il successo? la tua bravura?).

Ti sto dicendo che queste sono dinamiche che scompaiono automaticamente in un coliving NDI?
Si passa magicamente da un paradigma di tipo “competitivo” a uno “collaborativo” dove si cresce assieme, condividendo competenze, punti di vista e insight e ci si sente tutti supportati dai propri pari?

No.

Ma finché ci sarà una vision del genere a guidare i coliving realizzati dal gruppo Nomadi Digitali Italiani… siamo sulla buona strada!

Una strada che obiettivamente non tutti vorranno percorrere, c’è chi ha voglia di fare il suo percorso individuale (più o meno competitivo) e in fondo va bene così.

“Cosa ti è piaciuto di più di questa esperienza?”

Angelo BianchiAngelo Bianchi(coliving Isabella)

Il vedere che nessuno ha ostentato le sue capacità o il proprio lavoro per sentirsi migliore degli altri. Il vedere che nei discorsi sono usciti di più gli aspetti personali. Che siamo tutti umani ognuno con i propri dubbi, paure e desideri. Il vedere e partecipare ad aiutare chi aveva più bisogno o era all’inizio.

Ma nel caso in cui proprio tu, mio caro lettore, ti senta dopo queste parole all’imbocco di questa strada, allora è giunto il momento, come accennato all’inizio di questo impegnativo articolo, di presentarti il mio interlocutore/coliver ideale.

Per chi è questo report

Chi è dunque il coliver ideale?

L’interlocutore ideale di questo articolo è di spirito guerriero, combatte come tutti noi per un concetto di felicità che sarà sempre sfuggente alla nostra umana tridimensionalità, ma è consapevole, in qualche angolo del suo cuore, che questa felicità non potrà mai essere separata da quella delle persone che fanno parte della sua rete di relazioni.

È una persona autonoma e indipendente, ma sa che certe cose – ad esempio, cambiare il mondo – non si possono fare da soli.   

È capace di gettare le finte sicurezze della propria cultura dietro alle spalle e prendere strade inesplorate, magari quelle dettate dai propri sogni.
Ma è pratico quanto si conviene a chi sceglie di convivere con altre persone dalle molteplici esperienze e caratteristiche.

Se sa fare le lasagne, le sa fare sia per gli onnivori che per i vegetariani.

Guarda il video di Alessandro Nicoletti con alcune scene di vita dei nostri Coliving a Bansko

È una persona che non rende le cose più complicate di quel che sono e su cui si può contare quando emergono problemi.

È una persona che si prende le sue responsabilità e sa far parte di una squadra.

È una persona che non dà peso alle cose – è minimalista, come un vero nomade digitale! 😁 – ma rispetta comunque le cose altrui (ad esempio quelle della proprietà che affittiamo per fare un’esperienza di coliving).

“Cosa ci dici della tua esperienza?”

Giuseppe D'AngeloGiuseppe D’Angelo(coliving Snowflake)

Condividi l’appartamento con dei finti sconosciuti, in realtà sono forse le persone con cui è più facile conoscersi e trovarsi bene.

È una persona che sa surfare tra gli opposti, in equilibrio tra le mille dialettiche in cui l’ambiente mediatico contemporaneo ci persuade tutti a cadere: 

  • vax VS no-vax, 
  • vegans VS “meat eaters”,
  • destra VS sinistra,
  • uomini VS donne,
  • single e accoppiati,
  • quote rosa e quote nere,
  • figli o non figli,

E mettiamoci pure:

  • nomadi VS stanziali.

Me lo dico anche a me stesso (e a me stesso con più forza): discutere con ferocia di qualsiasi argomento, difendere a spada tratta una posizione o un’altra (con l’ostinazione di aver ragione) non varrà mai l’abbraccio di un compagno di viaggio, la risata di un amico tra un brindisi e un altro, le lacrime (espresse o meno) di un addio a una persona che ha condiviso un pezzetto di strada (e di casa) con noi.

“Com’è stato il tuo coliving?”

Marco De GrandisMarco De Grandis(coliving Snowflake)

Coliving Bansko 2021 si è rivelata una scelta vincente a 360°. Dopo un lungo periodo di stop ho potuto finalmente ritornare al viaggio con uno stile inedito, vivendo un’esperienza illuminante e condividendo dei momenti leggendari con delle persone speciali. L’arricchimento personale e sociale innescato da questa iniziativa già di per sé ha prezzo, essendo un plus ultra rispetto all’ispirazione professionale che ne è scaturita.

Coliving come funghi

Ultimamente abbiamo visto crescere le proposte di coliving, qualcuno ci ha evidentemente visto un bisogno a cui rispondere e quindi un buona idea di business.

Ma al mio interlocutore ideale non avrò bisogno di spiegare la differenza tra una (legittima) operazione di marketing e un coliving NDI: 

  • perché quello che vogliamo fare noi lo si impara a leggere tra le righe quando si prende la decisione di non essere follower di nessuno e di non seguire nessuna moda, nemmeno quella del “diventare nomadi digitali”.

Ma se ti venisse mai il dubbio che sarebbe impossibile esaudire le eroiche aspettative di questo mio “coliver ideale”, io ti rispondo che non lo vedo poi lontano da quel potenziale umano che stiamo realizzando assieme, esperienza dopo esperienza, un abbraccio e un addio dopo l’altro, un coliving alla volta.

“Cosa ci racconti della tua esperienza?”

Francesco TrocchiaFrancesco Trocchia(coliving Isabella)

Il coliving di Bansko è complesso da descrivere. Prova a immaginare l’esperienza più semplice possibile, che però racchiude al suo interno infinite complessità. Il passaggio dalla “vita nomade normale” a quella nel coliving è stato invisibile e indolore. Vorrei poter dire lo stesso del passaggio inverso, ma faccio fatica. Abbiamo ascoltato i tempi e i momenti di chi ci stava accanto e ho l’impressione che ognuno abbia dato materialmente e spiritualmente quel che aveva da dare. Questo è coliving.

E giusto per farti capire che nessuno di noi c’è arrivato mi ci metto in mezzo anch’io e faccio la mia “assunzione di responsabilità”. Se infatti…

  • Mi sono fatto trascinare da chi stava avanti, senza preoccuparmi di chi era rimasto indietro…
  • Se sono caduto più di una volta nelle mie soggettive antipatie e ho chiuso gli occhi alla realtà e alla bellezza di un mio fratello…
  • Se mi sono lanciato in feroci argomentazioni di testa, dimenticandomi di accendere il mio cuore e ascoltare con empatia il mio interlocutore…
  • Se uno spontaneo abbraccio è stato interrotto da chissà quale inutile inibizione…

Non ti dirò che “ho sbagliato” (così come non vorrò mai dirtelo a te) ma che semplicemente non ho attinto che a un briciolo della mia potenzialità (della NOSTRA potenzialità).

“Cosa ci dici della tua esperienza?”

Stefania MarcasStefania Marcas(coliving Snowflake)

Attenzione crea dipendenza! Da quando sono tornata bramo l’idea di fare un altro coliving. E pensare che quando sono partita non avrei mai pensato di potermi imbattere in un gruppo di persone così divertenti, energiche, matte ma soprattutto interessanti. Tanto meno che mi sarei affezionata così tanto ad alcune di loro. Dirò qualcosa di scontato: non è tanto importante il luogo in sé ma le persone con cui lo vivi. E Bansko non sarebbe stato lo stesso senza le persone incontrate.

Conclusione: coliving e rivoluzione

La parola più importante che hai letto in tutto questo lungo articolo è forse “paradigma”.

È una parola difficile, ma al fine di questa narrazione ti invito a considerare i paradigmi come i binari su cui corrono i nostri pensieri:

  • Se abbiamo certi paradigmi, possiamo concepire certi pensieri
  • Se non li abbiamo, non possiamo concepire certi pensieri, escono dal nostro cervello così come sono entrati nelle nostre orecchie.

Ma magari è proprio con nuovi paradigmi che si fa una nuova rivoluzione.

E il primo cambio di paradigma da esplorare è quello che ci porta a distinguere un (legittimo) coliving commerciale da un coliving NDI: 

  • Nei nostri coliving NDI non vogliamo occupare stanze, misurare KPI o sfoggiare numeri (siano questi euro, dollari, lire turche o vanity metrics).
  • Vogliamo creare connessioni con persone dallo spessore più profondo di un profilo social.

“Com’è stata la tua esperienza al coliving?”

Jacopo Di BiaseJacopo Di Biase(coliving Snowflake)

Ho incontrato persone fantastiche, ho vissuto in un ambiente stimolante (e divertente al tempo stesso), abbiamo trascorso il mese in luogo davvero ottimo. Che dire, fare meglio di così era davvero quasi impossibile!

[leggi anche il post di Jacopo sul gruppo NDI]

Ogni relazione è un universo a parte, un mistero da vivere, una missione da compiere.
La superficialità nelle relazioni non è che uno “spreco”.
In un coliving NDI vogliamo evitare questo “spreco”.

Clara Lobina e Angelo Bianchi, coworking all’aperto… ma comodi e in ombra!

Il secondo cambio di paradigma è quello che ci emancipa da un sistema di pensiero competitivo per portarci ad abbracciare un sistema collaborativo:

  • Chi taglia la testa agli altri per sentirsi più alto (con un giudizio o facendo sentire l’altro da meno) chi ciuccia attenzione, chi considera l’altro come qualcuno da usare per un proprio fine o come un concorrente da battere… va, nella migliore delle ipotesi “rieducato”, nella peggiore, ignorato.
  • L’unione fa più della forza, perché l’insieme delle collaborazioni è più della somma delle singole parti. Ma il principio che ti sottolineo è quello che ho accennato sopra: la nostra felicità non è separata da quella degli altri, la nostra missione nella vita non riguarda noi, riguarda l’impatto che la nostra vita ha su quella degli altri.
Andrea Briamo e Dario Facchini in un pomeriggio del Nomad Fest

E il terzo paradigma che ti propongo è forse il più sbarellante.

Che cos’è un coliving?

  • È un gruppo di amici?
  • È un gruppo di colleghi?
  • Una community?
  • Una setta?
  • Una famiglia?

Ti propongo una visione del coliving come una nuova figura antropologica, oltre la famiglia, oltre il gruppo di pari, oltre la rete professionale, oltre a tutte le etichette che ti ho elencato sopra.

In fondo la famiglia nucleare è solo uno dei molteplici modi in cui ci siamo organizzati socialmente nel corso della nostra storia/preistoria e nella molteplicità delle forme in cui abbiamo occupato il nostro pianeta.

Queste forme e questi modi non sono separati dai sistemi di produzione e di comunicazione che strutturano di volta in volta una società.

In coda per Kebapche al mercato di Yakoruda.

Che forma antropologica e sociale ci daremo nell’epoca di internet?

Ora che possiamo tecnicamente lavorare da dove ci pare e che possiamo creare delle unità sociali a seconda delle nostre più intime aspirazioni piuttosto che a seconda delle necessità di prossimità e parentela…

È in fondo la prima volta nella storia umana che la tecnologia ci permette di:

  • emanciparci da un luogo fisico di lavoro;
  • unirci in gruppi sociali dove condividere interessi, aspirazioni e passioni.

Che figura antropologica e sociale faremo emergere date queste condizioni?

Non te lo so dire, ma mi viene in mente una storia da raccontarti:

Il calore del mio cuore, la forza del mio braccio

Il 15 agosto (dopo 3 settimane dalla fine dei coliving, ma ancora tra i “sopravvissuti” dei coliving) mi ritrovai senza saperlo in un rito tribale.

Ci incamminammo di mattina verso la montagna di Bansko, entrammo nel bosco e iniziammo una bella sessione di preparazione vicino al fiume.

Obiettivo: resistere 10 minuti nell’acqua gelata, metodo Wim Hof.

Guidati da Gianni*, uno alla volta, in fila, mano nella mano, entriamo nella pozza d’acqua che il fiume creava in quell’ansa.

* Per il lettore non avvezzo ai personaggi che popolano la nostra community, è sempre lo stesso Gianni Bianchini che ha organizzato i coliving a Bansko e che guardacaso è pure esperto e appassionato cultore del metodo Wim Hof.

Il gelo stringe i piedi prima e le gambe subito dopo, ma la determinazione di tutti, un passo alla volta, ci porta avanti.

Formiamo un cerchio nell’acqua gelata e al conto di 3 ci immergemmo tutti fino al petto.

E qui le parole iniziano a mancare nel comunicare il dolore del momento, la morsa del gelo che ti entra nella carne, assorda gli arti, paralizza i muscoli.

Il cuore inizia ad affrettarsi, il respiro a inspessirsi, il corpo ad entrare in “panic mode“.

Come da istruzioni, c’è una cosa che può aiutare a distogliere la mente dal terrore di perdere la vita o qualche “appendice decorativa”: concentrarsi su un mantra.

E io, pensavo, di mantra ne sono armato fino ai denti: “Om Namah Shivaya“, “Om Mani Padme Hum“, quello di Ganesh, di Tara, il Gayatri Mantra e altri ancora… ne ho cantati e recitati in mezzo mondo, dalle foreste e spiagge del Sud Est Asiatico a quelle dell’Atlantico.

Ma in quel momento esasperato, con il freddo che taglia e il corpo che urla, uno strano mantra emerge spontaneo dalle profondità insospettate del mio inconscio: “il calore del mio cuore, la forza del braccio”.

Parole che in altri contesti mi sarebbero potute sembrare banalmente poetiche, in quel momento di lacerante dolore fisico, faccia a faccia con gli istinti di conservazione e sopravvivenza, diventano prima la roccia a cui attaccarsi nell’insicurezza della tempesta, poi le chiavi dei cancelli di inaspettate risorse interiori.

Accedo a un archetipo che riconosco intuitivamente: è un canto di lealtà, un’evocazione alla fratellanza.

Il calore del mio cuore non è lì per scaldare me, la forza del mio braccio non è la “mia” forza. Sono al “servizio”.

Ripeto il mantra con fermezza, affinché non ci sia spazio per formulare altri pensieri e visualizzo il calore del mio cuore e la forza del mio braccio passare al cerchio, a scaldare i miei compagni, a dargli coraggio, fino ad arrivare a quella mia sorella tremante di fronte a me, che soffriva più di tutti e diceva “non ce la faccio” (ma alla fine ce l’ha fatta ❤ ).

E con la mia attenzione che si sposta da me agli altri, il mio dolore passa in sottofondo, la paura… scompare.

C’è solo il calore del mio cuore e la forza del mio braccio… al servizio del cerchio, al servizio dei miei compagni.

È questa la mia tribù?

È una domanda che mi ha accompagnato per tutta l’esperienza del coliving.

Io che sono scappato dal “villaggio” per cercare una mia strada…

Ho sentito come tutti la solitudine?
E mi sono rifugiato nel concetto di “outsider” per fuggire dalla solitudine?

Tanto da non rendermi conto che anche l‘outsider è un’etichetta che ti protegge nel breve termine ma nel lungo termine ti imprigiona.

E nel mio percorso solitario quante volte ho aspirato alla mia tribù!

Magari commettendo l’errore di immaginarmela fatta di personaggi tutti come me, tutti uguali a me.

Se invece la mia tribù fosse un’altra cosa?
Una tribù di persone indipendenti, tutte diverse, tutte con una loro unicità da dare.

Fratelli con cui puoi confrontarti, scontrarti e perfino litigare.

Fratelli di una diversità da amare così com’è.

Ma fratelli di un legame sottile più spesso del sangue. Fratelli. Punto.

È questa la mia tribù?

“Se apri gli occhi, forse sì” mi rispondo.

Ed ecco che questo vecchio outsider, ormai rassegnato a non trovarla più la sua tribù… si ritrova nella sua tribù!

Ma in maniera diversa però: perché così come non si torna mai gli stessi da un viaggio, questo è ancor più vero per i viaggi interiori/simbolici.

Ho scoperto che come essere umani siamo tutti “progettati” per far parte di una tribù (per milioni di anni era questione di sopravvivenza) ma ho scoperto anche che ci sono dei gran vantaggi a non avere paura dell’esilio (vedi la citazione di cui sopra): puoi pensare in maniera indipendente, andare contro a quello che fanno tutti, prendere decisioni più intelligenti della media, o addirittura accedere alle glorie di un pensiero geniale, originale e controcorrente.

Di fatto – qualcuno direbbe – la “strada del successo” (in qualsiasi campo) è una strada solitaria.

Ma nella vita forse c’è un equilibrio – o forse una sintesi – anche in questo: yin e yang, inspirazione e espirazione, partenza e arrivo, viaggio in solitaria e ritorno alla (o in una nuova) tribù.

Non dobbiamo permetterci di tornare dunque alla tribù per paura di non sopravvivere, per bisogno di appartenenza o perché ci sentiamo soli.

Torniamo alla tribù per essere al servizio, perché nelle peregrinazioni casuali nelle profondità del nostro essere abbiamo avuto il coraggio e la benedizione di trovare, tra le pieghe del nostro DNA o quelle dell’anima nostra, un qualcosa da dare che è insieme missione da compiere e segreto di ciò che siamo:

è il calore del nostro cuore e la forza del nostro braccio!

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Jonathan
Jonathan
Ufficialmente "nomade digitale" dal 2013 sono uno degli admin del gruppo Nomadi Digitali Italiani, attivo nel sito ndi.life e nel movimento. Mi puoi trovare più spesso a Las Palmas de Gran Canaria o nel Sud Est Asiatico. Ma chi può dirlo in verità...
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